Cop26

Si chiude la #Cop26 con un accordo inadeguato a fronteggiare la crisi climatica, soprattutto per i paesi poveri. 

Ma si mantiene ancora vivo l'obiettivo di 1.5°C.
 

 

Legambiente: “L’Accordo di Glasgow è inadeguato a fronteggiare l’emergenza climatica soprattutto per le comunità più vulnerabili dei paesi poveri. Ma si mantiene ancora vivo l'obiettivo di 1.5°C.

Per centrare questo obiettivo tutti i paesi più avanzati, a partire dall'Italia, devono aumentare i propri impegni di riduzione delle emissioni climalteranti e garantire un adeguato sostegno finanziario all’azione climatica dei paesi più poveri”

 

“L’Accordo di Glasgow è inadeguato a fronteggiare l’emergenza climatica soprattutto per le comunità più vulnerabili dei paesi poveri, ma si mantiene ancora vivo l'obiettivo di 1.5°C”. Così Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente commenta l'intesa firmata a Glasgow che per l’associazione ambientalista non è delle migliori. “Tra i punti dolenti – continua Ciafani – c’è la questione cruciale dell’abbandono dei combustibili fossili affrontata in maniera inadeguata, anche se la loro strada è ormai segnata. E il fatto che non sia stato fatto nessun passo in avanti sulla creazione del fondo Loss and Damage Facility per aiutare i paesi poveri a fronteggiare la crisi climatica, e sui cui a Glasgow è mancato un forte impegno da parte dell’Europa. Per fronteggiare la crisi climatica e per centrare l’obiettivo di 1.5°C è fondamentale che tutti i paesi più avanzati, a partire dall’Italia, aumentino al più presto i propri impegni di riduzione delle emissioni climalteranti e garantiscano un adeguato sostegno finanziario all’azione climatica dei paesi più poveri”

Analizzando nel dettaglio l’Accordo di Glasgow ecco ciò che emerge.

Il Glasgow Climate Pact purtroppo, spiega l’associazione ambientalista, ha rinviato al prossimo anno l’adozione della roadmap per ridurre le emissioni climalteranti al 2030 in linea con la soglia critica di 1.5°C. Sarà la COP27, che si tiene il prossimo anno in Egitto, a dover adottare la roadmap per dimezzare le attuali emissioni al 2030 attraverso la revisione annuale degli impegni di riduzione a partire dal 2022. Grazie anche alla riduzione graduale del carbone nelle centrali senza ccs ed all’eliminazione dei sussidi inefficienti alle fonti fossili, in modo da accelerare una giusta transizione energetica. Per la prima volta nei negoziati sul clima, con l’Accordo di Glasgow, si affronta la questione cruciale dell’abbandono dei combustibili fossili, anche se ancora in maniera inadeguata. Ma la loro strada è ormai segnata.

“Se si vuole per davvero fronteggiare l’emergenza climatica – spiega Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente va avviato al più presto il phase-out di tutti i combustibili fossili e dei loro incentivi. L’Europa deve fare da apripista cogliendo l’occasione della discussione in corso sul nuovo Pacchetto Clima ed Energia. Un pacchetto legislativo non più “Fit For 55”, ma” Fit For 1.5”. Ossia in grado di consentire una riduzione delle emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, accelerando il phase-out di carbone, gas e petrolio e di tutti i sussidi ai combustibili fossili”.

Aiuto ai paesi poveri - L'Accordo di Glasgow conferma l’impegno dei paesi più ricchi a garantire un aiuto finanziario, per la mitigazione e l’adattamentodi 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo 2020-2025600 miliardi complessivi da elargire attraverso il piano proposto dalla presidenza britannica. Nessun passo in avanti, invece, è stato fatto sulla creazione del Loss and Damage Facility. Si tratta del fondo per aiutare le comunità vulnerabili dei paesi più poveri a far fronte ai danni e alle perdite dovuti ai disastri climatici, in modo da consentire una rapida ricostruzione e ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi climatici.

“Serve ora un forte impegno dell’Europa, mancato a Glasgow, per costruire una larga alleanza a sostegno del Loss and Damage Facility in modo che diventi finalmente realtà proprio alla “COP Africana” del prossimo anno.  Anche l’Italia – spiega Ciafani - deve fare la sua parte. Non solo sostenendo l’azione europea per la creazione del Loss and Damage Facility, ma garantendo anche la sua “giusta quota” dell’impegno collettivo di 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo 2020-2025 destinati all’azione climatica dei paesi più poveri. Si tratta di almeno 3 miliardi di euro l’anno che possono essere facilmente reperiti attraverso il taglio dei sussidi alle fonti fossili da inserire al più presto nella legge di bilancio in discussione”.

Il ruolo e l’impegno dell’Italia - Per l’associazione ambientalista il nostro Paese deve contribuire a centrare l’obiettivo di 1.5°C aumentando il suo impegno di riduzione delle emissioni al 2030 attraverso la revisione del Piano Nazionale Integrato Clima ed Energia (PNIEC). Infatti, l’attuale Piano consente un taglio delle emissioni entro il 2030 di appena il 37% rispetto al 1990. Serve una drastica inversione di rotta.

“Si deve aggiornare al più presto il PNIEC – conclude Ciafani - per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, in linea con l’obiettivo di 1.5°C, di almeno il 65% entro il 2030. Andando quindi ben oltre l'obiettivo del 51% previsto dal PNRR e confermando il phase-out del carbone entro il 2025 senza ricorrere a nuove centrali a gas. L’Italia ha a disposizione ben 70 miliardi, allocati dal PNRR per la transizione ecologica, da investire per superare la crisi pandemica e fronteggiare l’emergenza climatica, attraverso una ripresa verde fondata su un’azione climatica ambiziosa, in grado di colmare i ritardi del PNIEC ed accelerare la decarbonizzazione dell’economia italiana in coerenza con l’obiettivo di 1.5°C dell’Accordo di Parigi. Solo così l’Italia potrà sostenere l’Europa nell’impegno comune per fronteggiare l’emergenza climatica globale. Una sfida che possiamo e dobbiamo vincere”.

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